Infrastrutture e Jihad

La antica Via della Seta era in prevalenza una via di terra, che collegava l’impero della Cina all’Europa, attraversando la Bactria, la Persia e l’Asia Minore. Essa aveva una variante meridionale, una via che dalla Cina occidentale portava a Delhi, nel cuore dell’India. Queste vie sono oggi difficilmente percorribili dalle enormi quantità di merce che la Cina, fabbrica del pianeta e nuova potenza economica, spedisce e riceve dai paesi occidentali. La maggior parte dei traffici, in containers, viaggia prevalentemente via mare verso l’America o l’Europa, attraverso Suez. Questa disposizione geografica ha però concentrato la produzione cinese nell’est del paese, con conseguenti flussi migratori interni e problemi di una spesso caotica infrastruttura terrestre, che rallenta l’accesso delle merci ai porti di partenza. Con una strategia volta a “riequilibrare” i suoi bacini industriali, la Cina li sta spostando verso le regioni interne del paese, per non fare affidamento esclusivo sulle rotte marittime “classiche”. Nell’interesse del suo sviluppo e delle sue esportazioni, l’ex impero celeste sta realizzando una imponente rete di ferrovie e interporti per favorire collegamenti terrestri verso l’occidente. Sono sempre più frequenti i treni regolari fra la Cina e i paesi europei, come la Germania e più recentemente la Francia (inaugurato collegamento con Lione 2 mesi fa). Naturalmente i collegamenti continentali si avvalgono di una rete ferroviaria già esistente in Europa (TEN-T Network), collegata con l’Asia attraverso diversi corridoi Est-Ovest. Ma la Cina sembra non fermarsi ai propri confini e investe ovunque lo ritenga strategico per i propri interessi. È notizia di maggio l’acquisizione, attraverso la Cosco Pacific, di una quota del 35% (pari a 143 mln di $) del terminal Euromax nel porto di Rotterdam. La Cina ha dotato il Tibet di moderne infrastrutture (strade, ferrovie, telefonia mobile), ed ha costruito strade anche oltre i propri confini per agevolare i collegamenti con il Nepal (e vendere meglio i propri prodotti…).

In questa prospettiva, sono interessanti due progetti che vedono coinvolti altri due paesi confinanti. Va premesso che l’India è anch’essa forza economica emergente, ma diretta concorrente con la Cina e dunque meno incline ad accettare invasioni camuffate da investimenti del potente vicino, con il quale resta aperta e pericolosa la questione del Kashmir e dei suoi confini. La Cina invece si propone di creare una infrastruttura che, attraversando l’Himalaya, colleghi Kashgar, località della provincia autonoma dello Xinjang (dove passava l’antica via della seta) con Gwadar, porto dal Pakistan e terminale del “China-Pakistan Economic Corridor”, un progetto da 46 mld di $. Gwadar, un villaggio di pescatori fino al 1980, è situata 600 km a ovest di Karachi e rappresenta il punto continentale più vicino al Golfo Persico ed al canale di Suez. Questa regione (Balochistan) è povera di acqua dolce e di energia, che viene importata dal vicino Iran. Il progetto include lo sviluppo di una zona industriale intorno al porto, sul modello di tutti i paesi sviluppati, con la creazione entro un decennio di 700.000 posti di lavoro, in un paese (Pakistan) che ha un PIL inferiore a quello di Hong Kong.

Ad est del subcontinente indiano un altro mega-progetto interessa il Myanmar, stato con il quale la Cina sta rafforzando le relazioni. Pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo di Suu Kyi, l’attivista Nobel per la pace, nota alle cronache degli ultimi anni per la sua opposizione all’ex regime birmano dei generali, lo scorso marzo c’è stata la visita di Wang Yi, ministro egli esteri cinese, finalizzata a ricostruire l’amicizia fra i due paesi, appannata da screzi che negli ultimi anni hanno portato a cancellare diversi progetti, fra cui dighe e miniere, ma soprattutto quello di una ferrovia che collegasse la provincia cinese dello Yunnan al porto di Kyaukphyu, sul golfo del Bengala. I progetti della Cina (già il maggiore investitore nel Myanmar) includono una ferrovia, un gasdotto e un oleodotto. Come già in Pakistan, anche qui l’influenza e il denaro cinese puntano a migliori collegamenti con un mercato confinante, sia per esportare le proprie merci che per importare petrolio dai paesi del Golfo. Va detto che esiste anche qui, oltre al lavoro derivante dalla realizzazione di queste opere, la prospettiva di uno sviluppo industriale di un certo interesse, visto che la Cina, già “fabbrica del pianeta”, sta delocalizzando la sua produzione in paesi terzi, a partire proprio dai paesi con essa confinanti.

Se guardiamo la Cina sulla carta geografica, salta all’occhio chiaramente una strategia fatta di potenza fondata soprattutto sui collegamenti, non diversamente dall’Impero Romano, che costruì flotte, ponti, strade fino ai suoi confini estremi, per trasportare merci, molto più che per spostare le sue legioni. Produrre a condizioni vantaggiose ma non essere in grado di raggiungere i mercati annulla qualsiasi prospettiva. In un mondo globalizzato i confini possono solo essere politici e culturali, non geografici. Per il commercio, come per il turismo, non esistono più, puoi mettere qualche bastone fra le ruote: visti, dazi, embargo, quote, ma i flussi non si fermano finché i vantaggi sociali ed economici sono superiori agli svantaggi che deriverebbero da un isolamento protezionistico totale ed efficace. Lo vediamo ogni giorno con i migranti, dei prodotti in giro per il mondo è difficile seguirne tutte le vie, ma sappiamo purtroppo che le armi arrivano sempre a destinazione, anche dove sarebbe preferibile di no. La Cina, quando (non se) porterà a termine questa strategia politico-economica, avrà uno sbocco continentale verso occidente, sbocchi portuali sul Mare della Cina Orientale e su quello meridionale. Attraverso i porti su Mare Arabico e Golfo del Bengala avranno nuovo e migliore accesso ai paesi petroliferi ed a Suez, risparmiandosi il giro per gli stretti della Malesia (che vale un giro Genova-Rotterdam). Resta la separazione con il grande e potente vicino, l’India, rappresentata da sempre da quella formidabile barriera naturale che è l’Himalaya.

Certamente non mancano i problemi, come in ogni altra parte del mondo. Dove c’è un confine, ci sono spesso dispute sugli stessi, lo vediamo fra Cina e India, fra Russia e Ucraina. Quando non si discute di confini veri e propri, ci sono quelli che rifiutano o resistono al “potere centrale”: Scozia contro Londra, Regno Unito contro Europa, Catalogna, Sud-Tirolo, Kashmir, i curdi tuttora senza una patria. Nel suo piccolo anche nella Valle di Susa c’è chi si crede fuori dall’Europa e indipendente dall’Italia. Sul confine che separa Cina e Myanmar sono numerosi i gruppi di ribelli che trafficano merci di contrabbando e droga, taglieggiano i camionisti, corrompono i militari e non si riconoscono negli atlanti ufficiali della regione. In Pakistan i problemi politici e le questioni religiose si fondono, tipicamente per un paese nuovo (compirà 70 anni nel 2017), situato in mezzo a potenze e culture millenarie come la Persia e l’India. Fra ribelli, fondamentalisti, jihadisti, ogni progetto trova i suoi oppositori. Il miglioramento economico delle condizioni di vita è l’unico elemento di accordo, in mezzo a guerre, bombe e attentati, ulteriori frammentazioni.

Ritornando ai fatti di casa nostra, si capiscono ancor meno quelli che si oppongono con ogni mezzo, dall’ideologia al teppismo, alle grandi opere di infrastruttura che collegano e uniscono i popoli e le economie europee. La galleria di base del Gottardo, appena inaugurata, avvicina e unisce nord e sud. Lo stesso si potrà dire della galleria del Moncenisio quando sarà ultimata. In Europa non esiste separazione naturale fra primo e terzo mondo, fra potenza prepotente e paese indifeso. Nei millenni i barbari sono stati a volte a nord a volte a sud, le distinzioni erano più nette. Oggi non è più così. La distinzione, direi in modo naturale, si crea fra aree ben collegate e aree mal collegate, come il Piemonte occidentale, che tendono a scivolare in basso anche sul piano dello sviluppo economico e delle opportunità di lavoro, cioè quello del futuro che ci aspetta. L’Italia non è certo nella posizione di temere conquiste da oltralpe, e neppure di temere contrasti alla sua espansione commerciale. Per questo non si capisce la guerra dei notav. Niente di paragonabile al Pakistan, vivaddio, ma anche noi abbiamo le truppe al confine. Polizia e Carabinieri, non per combattere la jihad, ma per permettere a degli operai di lavorare!

Livio Ambrogio @ Italiamondo

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